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 - Associazione Marino Savini

 

 

IL TEMPO CHE VERRÀ È GIÀ QUI: LA SOCIETÀ E LA VITA ANZIANA.

 

La popolazione italiana è seconda solo al Giappone per longevità ed è il secondo paese al mondo e il primo in Europa per numero di cittadini anziani rapportato alla popolazione. A riferirlo è l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). I dati dimostrano che un sistema che rappresenti in concreto le finalità di trattamento della popolazione anziana è un imperativo che riguarda il nostro paese con carattere di urgenza. Le proiezioni dimostrano che vi sarà un incremento della popolazione anziana molto alto al punto che nel 2050 ci saranno più anziani che minori di 5 anni. La risposta ai bisogni che gli anziani esprimono richiede quindi un costante aggiornamento ed un continuo adeguamento sia a tale numero crescente sia alla qualità di vita che deve essere garantita. Gli anziani del terzo millennio portano dentro la propria esperienza il mondo che stiamo vivendo e in futuro saranno portatori delle significative conoscenze tecnologiche che hanno trasformato la storia dell'umanità. Tale constatazione impone di preparare la dimensione della qualità della vita ai livelli corrispondenti alla maturazione personale e sociale che l'invecchiamento fa conquistare durante l'esistenza e per queste ragioni l'accoglienza deve essere costruita a sistemi convergenti tra disponibilità degli addetti a questo servizio e le esigenze della popolazione anziana. E' necessario che l'ambiente sociale di luoghi di professionisti e metodi, deve essere una priorità che confermi la civiltà raggiunta proprio con il contributo delle persone che vanno assistite. Nessun evento e nessuna condizione personale deve essere causa di offese alla dignità di quanti hanno tenuto il loro ruolo durante le età più giovani e quindi deve essere pensata una società nella quale l'avanzamento della vecchiaia deve corrispondere ad un aumento del rispetto e della tutela delle persone, attraverso la creazione di reti, che si collocano accanto alle risposte tradizionali (assistenza domiciliare, servizi residenziali ed altro) e raggiungono ampie coorti di popolazione esposte a rischi di isolamento ed emarginazione per mancanza di interventi mirati. L'Associazione Marino Savini organizza questo convegno per porre a confronto esperti che esaminando le varie esigenze dell'anziano possano orientare e mettere in discussione argomenti riguardanti la salute fisica psichica e sociale degli anziani portatori come tutti i cittadini di diritti naturali e civili e per richiamare al rispetto del compito dovuto le istituzioni che sono in prima istanza responsabili del buon esito del trattamento da riservare agli anziani, per salvaguardare la loro dignità e quella di tutto il Paese.

Salute e carcere: gli intossicati da droghr e la detenzione.

 di

ROCCO CACCAVARI

L'esperienza consolidata fino ad oggi sulla condizione dei detenuti intossicati da sostanze stupefacenti e da altre sostanze di abuso suggerisce che è davvero complicato limitare ad una tipologia definita le persone osservate con criteri rigidi e codificati da applicare come schema generico di intervento.

Ne deriva la straordinaria capacità che viene richiesta alle figure professionali sanitarie,sociali,di custodia di integrare le loro specifiche competenze per raggiungere con comportamenti operativi diversi tra loro lefinalità comuni di cura e riabilitazione dei detenuti tossicodipendenti.

E' questo un impegno anche civile oltre che giudiziario in quanto la qualità del lavoro dedicato alla riabilitazione dei detenuti trova risposta,quando riesce,nel miglioramento di tante problematiche sociali.

La persona detenuta tossicodipendente per le leggi vigenti è destinataria di attenzioni trattamentali specifiche relative al suo stato di salute che è il dato immediatamente obiattivabile in rapporto al quale si può definire un approccio terapeutico.

L'impostazione di una terapia che non deve essere necessariamente farmacologica,impegna chi deve occuparsene ad una valutazione clinica che può richiedere una consultazione multidisciplinare.

Anzi dovrebbe essere codificata una procedura di primo rapporto organizzata proprio in conseguenza della necessità di una verifica dei bisogni terapeutici che vanno riconosciuti e assicurati dal primo momento.

Ciò non esclude il trattamento di ugenza necessario se il soggetto presenta segni astinenziali o di intossicazione acuta o anchedi altra patologia in atto.

A tal proposito voglio ricordare che può accadere che l'arrivo in carcere avvenga in un momento in cui la persona sia in una fase di totale abbandono di ogni cura di se stesso e la detenzione può essere un'occasione per una ricognizione clinica molto utile a salvaguardare da rischi o dalle complicanze di malattie non trattate.

Penso che la valutazione collegiale precoce dello stato della persona condotta in carcere può consentire la raccolta di dati anamnestici sia sanitari che sociali,utili a determinare un “profilo” dello stato di dipendenza che può dare la possibilità di un raccordo meno problematico con la struttura carceraria e le sue regole dentro le quali deve collocarsi la “diversità” pregiudiziale del TD.


 
Penso che la conoscenza rapida e competente dello stato fisico e psichico del TD ,trasmessa agli Agenti di custodia può agevolare anche la loro fatica e rendere più funzionale ad un atteggiamento di riabilitazione gli atti che sono tenuti a compiere per assicurare l'ordine ambientale..

Nella ricerca di progetti di recupero ad un modello di vita possibile per i detenuti tossicodipendenti una priorità di enorme peso sociale è rappresentatata dal numero sempre crescente dei carcerati stranieri per motivi collegati alle droghe.

L'emergenza delle problematiche connesse alla immigrazione appare sempre di più affrontata come evento criminoso per il quale la droga e i comportamenti ad essa collegati rappresentano una componente principale e quindi il carcere è la risposta di massa che non si preoccupa di distinguere la reale e difficile condizione della persona che spesso senza identità,senza comunicazione perchè parla una lingua diversa,,senza sostegno sociale aggrava il suo stato generale.

Mediamente per i TD stranieri l'intossicazione è conseguente allo spaccio diversamente da quanto avviene per i consumatori locali,inquanto questa attività illegale è la forma di sopravvivenza più accessibile,assieme alla prostituzione,in mancanza di un lavoro e di una regolarizzazione civile.

Una ricognizione appena un po' approfondita del traffico delle droghe porta a confermare che gli stranieri clandestini sono i più sfruttati per i passaggi più rischiosi dello spaccio e per questo sono molto esposti ad arresti e condanne e a frequenti recidive.

Ne consegue che è proprio il carcere il luogo di incontro tra soggetti TD stranieri e servizi ed è il primo rapporto con la legalità del nostro paese che agisce con le prerogative sociali che portano a riconoscere il diritto di uguaglianza davanti alla legge per persone sino all'arresto inesistenti civilmente.
Penso che per ottenere una migliore risposta anche dagli stranieri che una volta scontata la pena non vengono espulsi,va data continuità sul territirio alle pratiche riabilitative iniziate in carcere con proposte che risultino capaci di richiamare il loro interesse,per esempio,,qualificandoli con una formazione valida per trovare lavoro.

E' noto che gli stranieri TD non frequentano abitualmente i SERT.

Bisogna tenere presente comunque che il lavoro terapeutico che gli operatori svolgono dentro al carcere deve trovare sostegno e riconoscimento nelle strutture esterne come i servizi e le comunità

con cui prima delle dimissioni del soggetto in trattamento va preparato un programma di assistenza del TD detenuto.

Una riabilitazione che permette di trasformare il tempo della detenzione in esperienza formativa , deve essere dimensionata alle reali capacità operative della persona in modo che nelle fasi successive possa avviare un ritorno alla vita esterna con mezzi più sicuri.

Della riabilitazione fanno parte l'istruzione al mestiere da esercitare,la qualificazione lavorativa attraverso un esercizio al fare magari abbandonato a causa dell'interruzione del periodo drogastico o magari mai eseguito a causa di un passaggio diretto dall'adolescenza al consumo senza alcuna sperimentazione lavorativa.

L'istruzione e la formazione al lavoro richiedono tempi certi organizzati come veri e propri corsi professionali,lasciando le attività proposte per distrarre dall'ozio forzato ai soggiornamenti per brevi periodi.

A questa programmazione deve corrispondere un progetto di reinserimento all'atto dell'uscita dal carcere per evitare i comportamenti a tutti noti che rimettono in un giro perverso le persone vanificando quanto si è potuto modificare durante il periodo di pena. Alcune iniziative portate avanti da operatori particolarmente impegnati sono un esempio del possibile coinvolgimento dei soggetti quando sono sollecitati ad asprimere loro qualità,come avviene per la scrittura creativa o attività teatrali.
Rendere “artistica”e attraente una attività lavorativa può facilitare una accettazione più tollerante della detenzione e ridurre i contrsti ambientali in quanto un risultato positivo incentiva la collaborazione tra il personale di vigilanza e il personale dei servizi dedicati.

Penso che la realizzazione di questo proposito richieda una struttura a custodia attenuata e risorse maggiori rispetto alle attuali ma l'esito potrebbe permettere almeno la riduzione delle recidive ed il trattamento intensivo dei più giovani.

Va tenuto presente che la femomenologia delle dipendenze è soggetta a cambiamenti continui che interessano le sostanze assunte,lo stile e le modalità del consumo,la situazione sociale del paese,la invadenza del traffico e del mercato,il grado di disapprovazione ambientale ( nelle famiglie,nella scuola,nel mondo del lavoro,tra i giovani,nelle istituzioni ) e che ogni modifica si attacca ai consumatori che se la trascinano dietro in ogni realtà nella quale si muovono ,quindi anche in carcere.

 Il trattamento specifico che si può applicare in una struttura a custodia attenuata nella quale deve essere aggiornato a secondo del tempo che sta scorrendo da operatori in formazione continua.Infatti è necessario far convergere sulla persona i modelli di intervento che siano espressione della convergenza dei livelli professionali interni ed esterni al carcere impegnati ad affrontare le dipendenze dei detenuti .

 Penso che la consapevolezza di svolgere una attività vitale,cioè necessaria alla vita, per i TD detenuti possa dare coscienza agli operatori del SERT e degli Istituti di pena delle responsabilità diverse da condividere per un risultato comune nel rispetto dei ruoli e dei valori.

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"Il lavoro come misura di capacità impegnata nel processo di riabilitazione."

 

Il testo dell'intervento di Maria Cristina Soffritti al Convegno del 28-01-2016 su "Carcere e Lavoro".

"Proposte e pratiche attuative per l'impegno professionale dentro e fuori gli Isituti Penitenziari"

 

Il testo dell'intervento di Annaclara Marchesini al convegno del 28-01-2016 "Carcere e Lavoro".

"INTRODUZIONE ALLA PSICHIATRIA

 

APPUNTI DI PSICOPATOLOGIA DESCRITTIVA"

 

DI PIETRO   PELLEGRIHI  (SANTA CROCE EDITORE)

 

di PIETRO PELLEGRINI

RELAZIONE DI VINCENZO SCALFARI

Il libro di Pellegrini ha due titoli, messi “alla pari” sulla copertina: “Introduzione alla Psichiatria” e “Appunti di Psicopatologia descrittiva”. Viene da pensare che sarebbe bastato il primo, ampio e inclusivo. E invece no, l’Autore ci tiene a mettere in copertina anche il secondo. E non è un titolo di scarso impegno: “Psicopatologia” è una parola antica, “aristocratica”, per intenditori, fa pensare a Jaspers, a Schneider… E in una ipotetica gerarchia di contenuti viene prima della più “volgare” Psichiatria, che parla di malattie, mentre la Psicopatologia parla delle funzioni psichiche e ci dice come sono normali e come sono patologiche. Anche l’aggettivo “descrittiva” è piuttosto compromettente, come a rimarcare che siamo proprio alla tradizione più “dura” e classica, con neanche un correttivo del tipo “dinamica”. La descrizione non può che derivare dall’osservazione presuntivamente oggettiva dei fenomeni, escludendo le funzioni troppo soggettive del comprendere e dello spiegare. Quindi, un’opzione per la Scienza nella sua espressione insieme più discussa e autorevole, quella dell’oggettività (di fronte alla quale, onde evitare di passare per ignoranti, è meglio inchinarsi).

 

Insomma, fin dal titolo, mi pare si voglia trasmettere qualche sicurezza e qualche certezza, di fronte alle tante incertezze e alle più varie fughe per le più varie tangenti, da quella etico-politica-umanitaria a quella super-specialistica, a quella artistico-narcisistica, a quella organicista.  Come se l’Autore volesse dirci che, comunque sia, ci sono cose su cui “non ci piove” e che possiamo contare, anche in Psichiatria, su solidi ancoraggi.

 

Ma…. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, la “Psicopatologia descrittiva” non è il primo capitolo, quello “fondativo” e introduttivo, ma il secondo. E’ una svista, una disattenzione, o una scelta? La scelta, cioè, di mettere al primo capitolo, col titolo “Introduzione alla Psichiatria”, quanto di più culturalmente lontano dalla “purezza” psicopatologica. Infatti, in questo capitolo introduttivo la Psichiatria di cui si parla non è certo la Psichiatria clinica (che sarebbe parente della Psicopatologia descrittiva) ma il mondo incerto, articolato, contaminato, non lineare dei comportamenti degli operatori, dell’organizzazione dei servizi e – udite! – dei pregiudizi. E’ veramente impressionante, a scorrere gli argomenti, prendere visione di cosa sia veramente, cioè nel mondo reale e non negli statuti disciplinari, questa “cosa” che chiamiamo Psichiatria. Non è tanto la lunghezza della lista che impressiona ma la molteplicità dei livelli operativi e dei principali fattori che costituiscono e alla fine identificano il sistema - dove i modelli teorici sono solo una delle tante componenti e non sembra proprio che sia il “mentale” quello che da coesione e compattezza al tutto. Vale la pena dare una scorsa veloce all’elenco: la relazione, i pregiudizi, la legislazione, l’organizzazione, il consenso e i trattamenti obbligatori, i modelli teorici, ancora l’incontro col paziente (repetita juvant), le modalità di invio, la diagnosi, la famiglia, il contratto terapeutico. E in verità, qualunque persona in buona fede che conosca i servizi non può che riconoscere che le cose stanno proprio così.

 

“I servizi di salute mentale, organizzati come Dipartimenti, presentano un elevato grado di complessità organizzativa e operativa, nella misura in cui comprendono tutte le dimensioni assistenziali – ospedaliera, ambulatoriale, domiciliare, sociale, residenziale, semiresidenziale – e discipline scientifiche diverse – psichiatria adulti, psichiatria infantile e dell’adolescenza, neurologia infantile, tossicologia”. E inoltre: “Non vi è altra disciplina medica che sia così fortemente implicata in una funzione sociale che spesso si sovrappone a quella di altre istituzioni pubbliche come la magistratura e le forze dell’ordine” (dal capitolo sulla salute mentale del Piano Attuativo Locale dell’AUSL di Ravenna).

 

Si direbbe, ma non so se l’Autore è d’accordo, che la seconda parte (la psicopatologia) prende senso alla luce della prima. Ma forse questo è troppo “filosofico”, meglio farsi domande più semplici: esistono due Psichiatrie, quella del primo e quella del secondo capitolo? Al di là di quello che si afferma nel libro, e cioè che la psicopatologia serve come base per poter usare un linguaggio comune (eppure i modelli teorici sono diversi…), possiamo dire che i contenuti del primo capitolo e quelli del secondo esprimono due culture omogenee? Pellegrini sembra non avere dubbi: la Psichiatria si occupa del “mondo interno”, quindi l’”oggetto ultimo” sarebbe quello che succede nella nostra testa. Ma poi dedica tutto il primo capitolo a parlarci di comportamenti: degli operatori, dei pazienti, dell’organizzazione e di tutti gli altri attori sulla scena (il “mondo esterno”?).

 

Foucault parlò di furor e di insanitas. Secondo lui fino al Settecento la Psichiatria si occupò quasi soltanto del furor, cioè dei comportamenti socialmente disturbanti, cioè dell’ordine sociale. Dopo si rivolse prevalentemente all’insanitas (le idee folli), cioè all’ordine simbolico. La sua domanda è sempre quella e ci perseguita da sempre:  cosa serve al Potere che la Psichiatria faccia in un dato momento storico e quindi  in quale sistema di Potere e di Poteri è inserita la Psichiatria in quel momento storico?  Per lui l’opzione tra mondo interno e mondo esterno è risolta non a livello scientifico ma politico.

 

Comunque, sul tema qui appena toccato, cioè il rapporto tra “mondo interno” e “mondo esterno” nelle sue varie espressioni e conseguenze, il materiale è tanto. Non sono sicuro che l’accostamento sia appropriato ma penso vi sia una certa affinità anche con la disputa interna al mondo psicoanalitico tra chi postula che sia la relazione col terapeuta (e annessa esperienza emozionale correttiva) il vero fattore terapeutico e chi invece rivendica il valore preminente della classica, freudiana “scoperta dell’inconscio”.

 

Si direbbe che ci muoviamo tra il “fare” (incluso l’”esperire”) e il “pensare”. Mi pare non ci sia dubbio, anche a leggere il primo capitolo di questo libro, che i servizi stiano molto sul fare – “troppo!” dicono gli operatori che, mentre “fanno” sognano e sospirano il pensare.

 

 Ultima citazione: “Oggetto della psicoanalisi è il comportamento (……) [che] in questa teoria ha una definizione ampia e include sentimenti e pensieri, oltre naturalmente il comportamento evidente e le forme “normali” e “patologiche” (……)” Questo è David Rapaport, massimo epistemologo delle scienze “psico”, nel suo fondamentale “Struttura della teoria psicoanalitica” (1960).

 

Mi pare che la realtà, l’umile realtà dei fatti e della vita, non ci chieda di rassegnarci,  ma di essere contenti di fare un lavoro dove pensiero e azione stanno insieme, sono amici e non ostili l’un l’altro, non contendenti. E’ vero che tante volte sembriamo a noi stessi solo “affaccendati”, e sogniamo di poter parlare con calma con il nostro paziente, salvo poi restare frustrati anche da questo, perché anche parlare, da solo, non contiene tutto il “potere” curativo che vorremmo; ma credo che questo sia anche il risultato di una preventiva svalutazione del lavoro sanitario, e in particolare del lavoro in salute mentale, come pratica sociale. Porre con tanta forza rivendicativa, da parte degli operatori, il problema della chiarezza su competenze, identità, confini (i “paletti”!), a guardare bene, è di fatto un modo per disconoscere non tanto la confusione amministrativa sulle competenze dei servizi (con tanti saluti all’”integrazione”) quanto la straordinaria accumulazione di sapere che questa pratica ha prodotto, dai tempi della chiusura dei manicomi a quelli della costruzione dei servizi fino alla “scoperta” della salute mentale come orizzonte culturale carico di rischi ma anche di opportunità.

 

Semmai, ciò di cui siamo veramente carenti è una teoria di questa pratica sociale; ostinandoci a rincorrere la “purezza” della disciplina, trascuriamo di dare dignità scientifica a quello che realmente facciamo. Con ciò assecondando l’idea falsa e caricaturale che “in psichiatria si può fare tutto e il contrario di tutto”. Ma in verità dare dignità scientifica non vuol dire dare certezze, bensì aprire le porte alla teoria a partire dalla pratica.

 

Questo libro, che ci si offre come un prodotto “tranquillo”, di risposte chiare e ordinate (e di sicuro è anche questo!), in realtà ci pone delle domande. Il gioco diventa scoperto nel terzo capitolo, dove la “chiave” comportamentale ci fa guardare dentro ai drammi quotidiani di questo lavoro: la prescrizione di farmaci e la gestione dell’aggressività auto- ed etero-diretta. Anche qui Pellegrini è puntuale e prodigo di indicazioni, raccomandazioni pratiche, spiegazioni scientifiche. E anche qui conferma quello che mi sembra il suo maggior merito: trasmettere un messaggio di chiarezza e di solidità di assunti teorici e pratici, sapendo di muoversi su un terreno accidentato e insicuro.   

 

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RELAZIONE ING. GIUSEPPE MUNACO' - SEMINARIO "MEDICINA DELLE CATASTROFI" 28 GIUGNO 2012

iNTERVENTO DI RAFFAELE D'IPPOLITO ALLA PRESENTSZIONE DI "SESSUALITA' CIBO E CERVELLO"

  

PROCEDURA GESTIONE

EMERGENZA EVENTO SISMICO

per l’Azienda Ospedaliera di Parma 

 

 

In un contesto lavorativo il Piano di Emergenza rappresenta un obbligo in carico al Datore di Lavoro, così come previsto nel D.M. 10/03/98 e ribadito dal D. Lgs. 81/08, Nuovo Testo Unico per la salute e la sicurezza dei lavoratori negli ambienti di lavoro.

 

In particolare, vanno designati i lavoratori incaricati di attuare le misure di prevenzione incendi e lotta antincendio, di evacuazione dei luoghi di lavoro in caso di pericolo grave e immediato, di salvataggio, di pronto soccorso e, comunque, di gestione dell’emergenza; inoltre vanno adottate specifiche misure per il controllo delle situazioni di rischio in caso di emergenza e fornite istruzioni affinché i lavoratori, in caso di pericolo grave, immediato e inevitabile, abbandonino il posto di lavoro o la zona pericolosa. Tali misure devono essere adeguate alla natura dell’attività, alle dimensioni dell’azienda e al numero di persone presenti (e ai rischi specifici      dell’azienda stessa).           

 

Da parte sua il anche il lavoratore deve adottare le misure per il controllo delle situazioni di rischio in caso di emergenza e fornire istruzioni affinché le procedure in essere contribuiscano a salvaguardare la sicurezza e tutela dell’ambiente di lavoro.

 

Scopo di un piano di Emergenza è quello di definire e predisporre le procedure essenziali per affrontare un'emergenza; ciò attraverso:

• azioni che il personale dovrà mettere in atto;

• procedure per l'evacuazione dagli ambienti dell'ospedale;

• istruzioni su modalità e tempi per richiedere l'intervento dei soccorsi e per fornire le necessarie

  indicazioni al loro arrivo;

• identificazione delle persone incaricate a sovrintendere e controllare l'attuazione delle procedure

  previste e relativi doveri;

• predisporre specifiche misure per aree a rischio specifico;

• creare provvedimenti necessari per la messa in sicurezza degli impianti;

• fornire mezzi di estinzione (nello specifico per emergenza incendio);

• predisporre procedure per attivare i dispositivi di sicurezza (interruttori elettrici, chiusure, valvole   

  di intercettazione, ecc.).

 

Gli elementi che vanno valutati e considerati per la redazione di un Piano di Emergenza sono i seguenti:

•le caratteristiche dei luoghi con particolare riferimento alle vie di esodo;

•il sistema di allarme;

•il numero delle persone presenti e la loro ubicazione;

•il numero degli addetti al controllo dell'attuazione del piano di emergenza;

•il livello di addestramento fornito al personale.

 

Con riferimento specifico dell’area Ospedaliero-Universitaria di Parma, nel contesto dei  piani di emergenza vengono analizzati i seguenti possibili scenari incidentali:

• Emergenza incendio

• Emergenza terremoto

• Emergenza dovuta a mancanza di energia elettrica

• Emergenza da danni da acqua in genere

• Emergenza esplosioni in genere

• Emergenza dovuta ad aggressione a dipendenti

• Procedure di emergenza in presenza di persone disabili

 

Ogni piano di emergenza include al suo interno una planimetria nella quale sono riportati:

• le caratteristiche plani-volumetriche degli ambienti;

• le attrezzature ed impianti di spegnimento;

• l’ubicazione degli allarmi e della centrale di controllo;

• l’ubicazione degli interruttori generali dell'alimentazione elettrica, valvole di intercettazione, ecc. .

 

Una figura fondamentale è rappresentata dal Responsabile Gestione Emergenze (RGE),  al quale è affidata la ricezione e diffusione dell’allarme, delle informazioni e della gestione operativa del Piano di Emergenza. L’RGE, intervenendo personalmente nella prima fase di ispezione della zona interessata dall’evento, coadiuva il personale tecnico che interviene in loco fornendo utili indicazioni ed informazioni  per ottimizzare i tempi di intervento. Procede, nel caso di situazioni particolarmente gravi che richiedono un intervento immediato, ad inoltrare tempestiva segnalazione  alla Squadra Emergenza Interna (SEI).

 

Nel piano di emergenza ospedaliero, che illustra quali sono le procedure per la migliore gestione dell’evento sismico, si parte dal presupposto che, ad un contesto lavorativo sensibile quale una struttura ricettiva sanitaria, occorre applicare una metodologia di approccio differente da quella adottabile in contesti lavorativi “ordinari”, per i quali l’impostazione di base è fornita dalla seguente sequenza: attesa del fine-evento >> evacuazione degli ambienti >> informazione sull’agibilità degli edifici >> ripristino dell’attività. Ovviamente è fondamentale procedere all’informazione da fornire agli utilizzatori sulle modalità operative di massima da seguire nel corso dell’evento. 

 

Con tali presupposti, per una struttura sanitaria ricettiva quale è l’Ospedale di Parma è invece risultato necessario adottare una procedura di gestione dell’evento mirata a tutelare l’incolumità, oltre che dei frequentatori esterni e dei lavoratori, anche dei degenti, buona parte dei quali  non deambulanti.

 

Per cui, al verificarsi dell’evento, durante il quale vanno rispettati alcune fondamentali norme comportamentali,  non si dispone in automatico l’evacuazione dell’immobile, ma è necessario predisporre una flow-chart sequenziale fondata sulla catena degli eventi e delle comunicazioni a regolamentazione degli atti da compiere da parte di ciascuno dei servizi preposti; infatti, al cessare dell’evento, la Squadra di Emergenza Interna avvia con tempestività i sopralluoghi (inizialmente solo a carattere superficiale/visivo) al fine di riscontrare immediatamente situazioni di pericolo imminente. E’ opportuno specificare che la sequenza di edifici da verificare viene stabilita a priori nel piano, in considerazione della loro vetustà ed della loro destinazione d’uso (elenco allegato alla procedura).

 

In base agli esiti di tali sopralluoghi, nel corso dei quali possono essere rimosse tempestivamente eventuali situazioni di pericolo immediato (anche segnalate dai Responsabili Gestione Emergenze e/o dai Preposti), le criticità emerse vengono comunicate con immediatezza al Servizio Attività Tecniche ospedaliero. Sarà quest’ultimo, al cui interno viene individuato un RVD (Responsabile Valutazione Danni), che procederà con gli approfondimenti del caso e a convocare, se ritenuto, l’Unità di Crisi, per la migliore gestione coordinata delle situazioni critiche che comportano il graduale abbandono (anche parziale) di un edificio ospedaliero, a partire ovviamente dalla comunicazione da fornire ai lavoratori sull’eventualità di evacuare un edificio o porzione di esso o più edifici.

 

Qualora l’edifico sia da evacuare occorre distinguere il caso di attività sanitarie sospendibili o non sospendibili.

Nel primo caso sarà necessario allontanarsi ordinatamente dall’edificio e recarsi in uno dei punti di raccolta, segnalati con cartelli, all’interno dell’Azienda, utilizzando le vie di esodo come da planimetrie di emergenza esposte a tutti i piani; non vanno utilizzati né ascensori né montacarichi;  non sostare in prossimità delle uscite.

 

Invece, nel caso di attività sanitarie non sospendibili (degenti non autosufficientinon deambulanti o attività sanitarie la cui interruzione potrebbe compromettere la salute e l’integrità del paziente, come Comparti Operatori, Terapie Intensive, Rianimazioni, ecc.) l’attività in corso dovrà essere completata,  mettendo in sicurezza il paziente e successivamente predisporlo per una eventuale prossima evacuazione; sarà indispensabile rapportarsi direttamente con i rispettivi Referenti Assistenziali di Dipartimento (RAD) eo i Referenti Medici Dipartimentali, aggiornandoli sullo stato generale dei luoghi. L’Unità di Crisi, valutata la situazione, qualora ne venga ravvisata l’indispensabilità, dispone l’immediata attuazione delle procedure di evacuazione. Vengono a questo punto allertati i Servizi di trasporto sanitari, ed il 118, mentre i Coordinatori Assistenziali o loro sostituti predispongono quanto necessario per l’evacuazione, se possibile trasportando i pazienti in prossimità delle vie di esodo e attendendo il personale incaricato a supportarne il trasferimento.

 

            In ogni caso, un‘adeguata informazione e diffusione delle elementari pratiche comportamentali presenti in tutta l’area ospedaliera può contribuire a sensibilizzare, oltre che i lavoratori in genere, anche i pazienti, i visitatori e gli utenti esterni, indirizzandoli, in via del tutto preventiva, all’adozione delle corrette pratiche comportamentali da porre in essere in caso di evento; ciò può contribuire anche a tranquillizzare tutti i frequentatori, vista la presenza di un supporto tecnico e organizzativo strutturato che ha come obiettivo quello di fornire la miglior risposta al verificarsi di un evento sismico mediante l’ottimizzazione delle risorse umane e tecniche disponibili.

 

   Ing. Giuseppe Munacò

                                                                                            Responsabile Servizio Prevenzione e Protezione

                                                                                           Direzione Generale

                                                                                              Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma

                                                                                        Via Gramsci, 14 - 43100 Parma

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Il ritmo respiratorio sottolinea tutte le nostre attività quotidiane e ci segnala immediatamente se c’è un alterazione fisica o psicologica. Ogni giorno ciascuno di noi compie almeno 20.000 atti respiratori per introdurre 10 mila litri di aria che viene assorbita da 70 m2 di superficie degli alveoli polmonari.

 

Noi possiamo rimanere senza mangiare per diversi giorni, senza bere per alcuni giorni, praticare la castità, ma senza respirare possiamo stare  solo 1-2 minuti.

 

Con la respirazione introduciamo un elemento indispensabile alla vita, l’ossigeno, che è  essenziale per la produzione di energia cellulare, tutto il metabolismo corporeo è condizionato dall’ossigeno introdotto con la respirazione. Senza il giusto volume di ossigeno le cellule degenerano e il corpo umano invecchia prima (in particolare la cute con la precoce  comparsa di rughe ed inestetismi vari).

 

L’energia nel nostro organismo arriva dal cibo che la incorpora  sotto forma di sostanze  ottenute con  fenomeni chimici che necessitano di ossigeno. Respirazione e alimentazione sono, perciò,  attività vitali fondamentali per la costruzione della salute; a livello individuale non possiamo modificare la qualità dell'aria che respiriamo, mentre sicuramente possiamo scegliere la qualità e la quantità degli alimenti a noi più adatti.

 

Avere una riduzione di ossigeno nel sangue e nelle cellule è come essere una candela sotto la campana di vetro. Quando l’ossigeno all’interno della campana finisce, la candela si spegne. Senza giusti volumi di ossigeno si ha riduzione di energia, stanchezza, pigrizia e poca voglia di essere attivi, dinamici. Significa anche riduzione del metabolismo cellulare con il risultato finale di accumulare grasso con aumento del peso corporeo. La Scienza della Alimentazione richiama l’attenzione sul numero delle calorie introdotte ogni giorno, sui principi nutritivi. Deve però far presente come i carboidrati e i grassi soprattutto e le proteine, possono essere metabolizzate per produrre energia solo attraverso la loro unione con l’ossigeno. Per “bruciare” un solo grammo di grasso corporeo occorrono ben due litri di ossigeno.

 

Se l’ossigeno manca, è ridotto il metabolismo. Allora occorre recuperare il giusto valore dell’ossigenazione cellulare giornaliera senza fermarsi a parlare solo di calorie!

 

Molte e diverse sono le cause di una riduzione del volume di ossigeno nel sangue.

 

Con i 20.000 atti respiratori si introduce oltre 2 mila litri di ossigeno ogni giorno. Questo volume del gas vitale viene accettato dai circa 5 litri di sangue circolante nel sistema vascolare con il risultato ottimale di avere sempre almeno 250 ml presente nel sangue, ogni attimo della giornata e trasportato dai polmoni a tutte le cellule del corpo umano dai globuli rossi con la loro emoglobina.

 

Questa cornice di normalità fisiologica non si verifica sempre! Basti pensare al fumo e alle malattie polmonari conseguenti. Tralasciando la classica patologia polmonare (BPCO, asma, fibrosi polmonare, broncopolmoniti) è importante sottolineare alcune situazioni che stanno sempre più diventando d’impatto sociale, e sono le cattive abitudini alimentari (merendine, cisburger, bevande zuccherate gasate, happy hour, ecc) con conseguente  aumento di peso, ed i disturbi respiratori del sonno che come vedremo, influenzano l’assunzione di cibo e la sessualità.

 

L’abbondante ed alterata assunzione di cibo limita la respirazione del più importante muscolo della respirazione, il diaframma, causando un respiro superficiale con  l’ossigeno del sangue  più basso, cioè  ipossia sull’intero organismo e in particolare su organi vitali: cuore e cervello. Anche il russamento e la sindrome dell’apnee notturna (periodi di almeno 15 secondi senza respirare durante il sonno) creano  condizioni  d’ipossia. Questo grave quadro notturno, cioè cattiva qualità del sonno, sonno frammentato, è responsabile di sintomi quali  facile astenia diurna, sonnolenza diurna con  aumento degli incidenti stradali e domestici, deficit cognitivi, disturbi di memoria, alterazioni dell’umore, impotenza sessuale, cefalea mattutina. La sua incidenza nei soggetti normopeso fra i 30 ed i 65 anni è del 4% negli uomini e del 2% nella donna, negli obesi si arriva al 40%. Se si potessero curare i ¾ di pazienti con apnea notturna si otterrebbe un risparmio di circa 3 miliardi di euro, attraverso minori costi sanitari, minori incidenti sul lavoro e stradali.

 

Attualmente la sonnolenza diurna è enormemente aumentata tra gli adolescenti, ma è difficile definire domande che caratterizzino l’eccessiva sonnolenza infatti spesso è riferita in termini vaghi (astenia, desiderio di dormire, colpo di sonno, mancanza d’iniziativa) e spesso i termini stanchezza e sonnolenza sono usati per descrivere lo stesso problema, aumentato tra i giovani per l’aumentato uso di alcool, il dormire sempre meno di notte. Chi dorme meno invecchia di più, chi dorme male ha una situazione generale pro-infiammatoria (aumentato livello di TNF). Ma a cosa serve il sonno? A risparmiare energia ed a scappare dagli affanni. Non dormire bene ha un prezzo biologico. I ragazzi ormai tutti interconnessi, con la diffusione dei nuovi media e social network, gli orari dilatati dei programmi televisivi ed i numerosi canali digitali, tendono a dormire sempre meno e male, con il rischio di diventare più grassi (studi americani hanno dimostrato che durante la seconda metà del secolo scorso la durata del sonno si è ridotta di 2 ore e nello stesso periodo è raddoppiata l’incidenza dell’obesità). Dovremmo tornare, paradossalmente,  al passato: tra gli uomini primitivi, l’acquisizione del cibo con la caccia era un processo guidato dalla fame che richiedeva una piena vigilanza ed uno strenuo sforzo fisico; per sostenere simili attività era necessario un periodico riposo che era preferibile concedersi di notte per le limitazioni imposte dal buio alla possibilità di caccia. Era quindi necessario allora, e lo è oggi, che i due processi fisiologici vitali, il controllo della ricerca del cibo e quelli del controllo del sonno e della veglia fossero coordinati in modo che potessero accoppiarsi fame e vigilanza di giorno, sazietà e sonno la notte. Ed infatti com’è noto, quando si ha fame non si riesce a dormire e viceversa dopo pranzo si ha sonnolenza.

 

Il consiglio pratico è fare esercizi di ginnastica respiratoria, da eseguire con calma e in ambiente ben areato, almeno due volte al giorno. Dapprima fare una profonda inspirazione, sollevando l’addome e il diaframma, principale muscolo respiratorio, che con il passare degli anni tende ad atrofizzarsi.

 

Poi trattenere il respiro qualche secondo ed infine fare una profonda e totale espirazione. Riprendere daccapo nei tre movimenti. L’esercizio di ginnastica respiratoria può durare fino ai primi sintomi di vertigine che stanno a dire che l’ossigeno è aumentato nel sangue ed è arrivato in giusto volume al cervello! Ed a tutto l’organismo. L’ossigeno è benessere, efficienza, è una “medicina” naturale a nostra disposizione in abbondanza. Basta saper respirare! Invece molti, senza  saperlo iperventilano, il che vuol dire che respirano in fretta  (la frequenza media è di 12-14 volte al minuto) utilizzando solo la parte alta del torace. Questi respiri rapidi e superficiali, per riflessi emodinamici, provocano  restringimento dei vasi arteriosi, riduzione della circolazione del sangue nel corpo e un ridotto apporto di ossigeno ai tessuti. Accade, di conseguenza l’attivazione del sistema nervoso simpatico con la  comparsa sgradevole di sensazioni di tensione, ansietà e irritabilità.

 

 

 

Anche nel sesso il respiro è una componente fondamentale e può essere usato per migliorare il coinvolgimento e la resa sessuale.

 

La saggezza orientale ha sempre puntato molto sul respiro come mezzo immediato per raggiungere un rilassamento ed una concentrazione profonda. Come reazione fisiologica all’aumento dell’eccitazione e all’avvicinamento dell’orgasmo il respiro diventa più frequente e più corto. Cercando di renderlo più lento e profondo permette di intensificare le sensazioni, può rallentare l’orgasmo e aumentare la tensione del piacere.

 

Spesso dietro le problematiche sessuali,sia maschili che femminili vi è un respiro “inadeguato”. Una respirazione debole e superficiale è spesso alla base di problematiche erettili nell'uomo e di dolore e secchezza vaginale nelle donne. Il  respiro profondo e calmo crea energia e potenza nei genitali. Questa energia sessuale, intesa nella sua visione più ampia del termine, cambia la qualità della vita non solo dal punto di vista anatomico, ma anche psicologico profondo.  Imparare a respirare bene, dunque, aiuta a migliorare anche la propria vita sessuale. Ancora una volta la necessità saper respirare e prendere coscienza del proprio respiro. E' dimostrato che sia uomini che donne ipercinetici, con orgasmi frequenti ma molto superficiali, hanno un'espirazione debole, hanno difficoltà a lasciare andare e a far circolare l'energia in tutto il corpo.'

 

Al giorno d’oggi, perlomeno in Occidente, la maggior parte delle persone compie lavori di carattere mentale più che fisico. A diretto contatto quotidiano con computer, scartoffie, apparecchiature tecnologiche di vario tipo, telefonia ecc. il cervello umano è senz’altro sovrastimolato rispetto a quello che accadeva qualche decennio fa. Questo lavorio mentale costante, fa sì che l’energia vitale si svuoti lasciando  sguarniti dell’energia minima necessaria per funzionare al meglio alcune funzioni. Tra questi, la sessualità è sicuramente uno degli elementi che risente di questo “svuotamento”. Per vivere appieno una buona sessualità, dunque, sono necessarie varie cose:  un adeguato movimento corporeo, una buona articolazione del respiro e una mente sotto controllo. Il segreto del buon sesso? Imparare a respirare e non come spesso sta succedendo, grazie al facile acquisto in Internet, l’aiutino del Viagra, Cialis, Levitra, cioè i farmaci favorenti l’erezione e che senza controllo medico non sono scevri da rischi cardiovascolari, specie se assunti insieme ad altri farmaci come antibiotici, o alimenti, come il succo di pompelmo che ne aumenta la concentrazione plasmatica. E pertanto è controindicato in persone con malattie cardiovascolari note, e questo è pacifico, ma quanti sono i casi di  persone ipertesi e non lo sapevano, russatori notturni,che avendo abusato a cena con pasti abbondanti ed alcool, presi dall’euforia, assumono  anche una pastiglia di Viagra per finire la serata……. e la frittata è fatta!!!!!!!! 

 

Il respiro, infine, è considerato anche in  considerazioni “filosofiche“. Nei Fragmenta, Saffo con versi poetici parla delle difficoltà e della sofferenza causata dai sentimenti ( il cuore mi fa tremare il petto, mi corre sotto la pelle un fuoco, un tremito tutta mi scuote, più verde sono dell’erba, ma tutto è sopportabile……infatti anch’io di amarti finché ci sia respiro). Nella nostra lingua distinguiamo  tra aria pulita ed aria viziata per indicare rispettivamente una situazione di benessere o una di oppressione. Lo scambio con il mondo esterno, l’essenza della respirazione, è un istinto espresso in ritmi naturali, che notiamo solo in momenti “insoliti”, cioè quando il disagio interrompe il corso naturale. Il respirare inizia con una separazione , quella della madre dalla sua creatura, e finisce con una separazione, la nostra separazione dal mondo. Ogni volta che eventi causati dall’ambiente, da malattie, dalla psiche, alterino l’equilibrio tra il nostro corpo e l’aria, proviamo sensazioni spiacevoli che coinvolgono il nostro essere  nelle funzioni vitali e disturbano la nostra psiche. Fare sforzi per respirare è quello che facciamo d’istinto quando qualcosa ci opprime. Le donne spesso riferiscono difficoltà respiratorie con una loro frase comune “ ho bisogno d’aria!!!; e gli uomini non sono da meno quando riferendosi alle proprie compagne o moglie affermano “non ti lascia respirare”. Ed allora forse è meglio uniformare l’espressioni con “ Amore mio, mi togli il RESPIRO!!!!!

 

Dalla Gazzetta si Parma  MEDICI-SCRITTORI ORGANIZZATO DALLA LEGA ITALIANA PER LA LOTTA CONTRO I TUMORI
Premio Musa a Elena Pattini

Settantasette i partecipanti. Quest’anno, per la prima volta, il concorso giunto alla trentunesima edizione, è stato aperto anche agli psicologi.

«Uno stile diretto»                                   

 (A.F.) Trentun’anni, esattamene come il premio. Elena Pattini, con il suo racconto che ripercorre il dramma della malattia attraverso un colloquio che la giuria ha definito «disperato ma mai eccessivo, dallo stile semplice e diretto», ha sbaragliato tutti.
Dietro la giovane psicologa, ad occupare il secondo gradino del podio ex-equo, Emanuela Tavasci e Maria Cristina Spaggiari. Tre le minzioni speciali, andate a Silvestro Brazzaventre, Francesco Carluccio e Costantino Simonelli. Premio speciale per Alberto Galli. A tutti i partecipanti è stata consegnata una pergamena ricordo.

Alessia Ferri
Decidere non è stato semplice ma, alla fine, la giuria ha fatto cadere la propria preferenza su Elena Pattini, psicologa trentu­nenne di Parma che, con il suo scritto «La differenza», si è ag­giudicata il Premio Musa, orga­nizzato dalla sezione provinciale della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori. Il riconosci­mento nazionale, giunto alla sue trentunesima edizione, si rivol­ge ai medici, soprattutto onco­logi, scrittori ai quali, per par­tecipare, basta inviare racconti relativi alla propria professione. «Quest’anno, per la prima volta, il concorso, è stato aperto anche agli psicologi, che giocano un ruolo non indifferente nel per­corso di vita delle persone e delle famiglie che si trovano a dover fare i conti con il terribile pro­blema del cancro», spiega la pre­sidente della sezione provinciale della Lilt, Stefania Pugolotti, nel corso della premiazione presen­tata da Rose Ricaldi, all’interno della Sala Righi della Tep. Ad ispirare i 77 scrittori, provenienti da 15 diverse regioni, oltre alla propria professione, la figura di Flaminio Musa, presidente della Lilt per oltre quarant'anni, pro­tagonista di importanti intuizio­ni mediche. «Fu il primo a pen­sare ad uno screening senologi­co e a quel registro dei tumori che partì proprio da Parma e che, oggi, è uno strumento fonda­mentale in tutto il paese», con­tinua Stefania Pugolotti. Un me­dico che coltivò l’idea del premio per anni, come ricorda l’amico Rocco Caccavari, medico e pre­sidente dell’associazione Mari­no Savini. «A volte, alla fine di una giornata di lavoro più fa­ticosa del solito, si lasciava cul­lare dai pensieri, immaginando di raccoglierli in racconti, insie­me a quelli dei suoi colleghi che, immaginava, potessero essere simili». Un’idea diventata realtà nel '79 con la prima edizione del premio. Da allora, una giuria competente, esamina gli scritti provenienti da ogni parte d’Ita­lia, per poi decretare quelli me­ritevoli di un premio. Quest’an­no, il compito di giudicare l’ec­cellenza, è toccato a Enzo Mo­lina, professore del dipartimen­to di Anatomia umana, farma­cologica e scienze medico foren­si dell’Università di Parma, Italo Comelli, presidente dell’Univer­sità popolare di Parma, Rocco Caccavari, Giuseppe Marchetti, critico letterario e Maria Gioven­zana, consigliera Lilt. Il premio, si inserisce all’interno del «mese rosa» della prevenzione ai tumo­ri del seno e ricopre un’impor ­tanza fondamentale, proprio in termini di prevenzione. «Parlare di quello che si può definire il male del secolo, anche dal punto di vista culturale è molto impor­tante, soprattutto sotto questo punto di vista», sottolinea Fa­brizio Pallini, il responsabile dell’Agenzia alla salute del Co­mune di Parma, da sempre vi­cina alla Lilt e all’organizzazione dell’evento. Presenti alla pre­miazione, anche Luigi Viana, Prefetto di Parma e commissario regionale della Lilt, Fausto Ca­stelli, presidente del Cral Tep e Anna Sozzi, rappresentante dell’Ordine degli psicologi di Parma. La cerimonia, è stata in­tervallata da alcuni momenti di musica, grazie all’esibizione di Carla They e si è conclusa con un piccolo rinfresco per tutti i par­tecipanti e gli organizzatori.  ---------------------------------------------------------------    Sanità ospedaliera: migliorano le cure al “femminile”.  Aumentano in Italia gli ospedali con la certificazione per le cure al femminile. E' quanto emerge dai dati dell'Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna, che ha premiato 122 nuove strutture con il “bollino rosa”, facendo salire il numero complessivo presente su tutto il territorio nazionale a 224.

Gran parte dei centri premiati (oltre 100) hanno ricevuto più di un bollino, si tratta principalmente di ospedali che hanno adottato procedure avanzate per il controllo del dolore e per il parto con analgesia..

I maggiori riconoscimenti hanno interessato le strutture del Nord Italia con il 69% delle assegnazioni di “bollino rosa”, seguiti dal Centro (17%) e dal Sud (13%).Tra le Regioni capofila si segnalano la Lombardia, il Veneto e l'Emilia Romagna.

Per il Presidente dell'Osservatorio Francesca Merzagora “la cura del dolore è divenuta una caratteristica indispensabile per ottenere il punteggio massimo nelle nostre valutazioni. In futuro saremo ancora più esigenti, e nel bando del 2011 la cura del dolore sarà un elemento indispensabile per entrare a far parte della nostra guida”.

L'Osservatorio Nazionale della Salute delle Donne si occupa di studiare le principali patologie che interessano l'ambito strettamente femminile, propone campagne di prevenzione primaria e secondaria, controlla attraverso una rete composta da Istituzioni, comunità scientifica e cittadini, l'andamento economico e sociale delle politiche connesse alla salute delle donne.

Nel quadro positivo descritto, si inserisce il voto unanime alla Camera dei Deputati della mozione sulla prevenzione e cura dei tumori al seno. Il testo impegna il Governo a considerare il tumore al seno come una delle priorità della sanità pubblica, quindi ad adottare un progetto nazionale finalizzato al potenziamento della prevenzione e dell'informazione sul corretto stile di vita. Pasquale la Torre  -----------------------------------------------------------------

tratto da www.buonenotizie.it (salute e benessere)

 Politica santaria: più potere ai cittadini.

Ha suscitato molta soddisfazione l'esito del voto sull'emendamento al ddl “Governo delle attività cliniche”, che di fatto consente un maggior coinvolgimento delle associazioni a tutela dei diritti della persone nella fase di programmazione delle politiche socio sanitarie.

Con questo emendamento le Regioni dovranno adottare forme e strumenti per implementare la partecipazione dei cittadini nelle scelte che riguardano il diritto alla salute.

Secondo Teresa Petrangolini, segreterio generale di Cittadinanzattiva, “l'emendamento votato rappresenta una novità molto importante e fa parte di un pacchetto di proposte che l'Associazione aveva suggerito ai Parlamentari....In questo contesto riteniamo che si aprano degli importanti spazi per ruolo dei cittadini anche nella istituzionalizzazione delle procedure di valutazione civica delle strutture e delle performance del Servizio Sanitario Nazionale...

Lo stesso Ministro della Salute Ferruccio Fazio, a margine del rapporto Audit civico presentato da Cittadinanzattiva-Tribunale dei diritti del malato, ha dichiarato “in futuro un Audit civico per valutare gli ospedali”.

 

L'audit civico consiste in un analisi critica delle associazioni civiche nei riguardi delle azioni svolte dalle aziende sanitarie, mira a promuovere la qualità delle prestazioni sanitarie e a denunciare le attività di malpractice. Nasce nel 2000 su iniziativa di Cittadinanzattiva sulla base dell'esperienza svolta dal Tribunale per i diritti del malato, si avvia ad un primo ciclo di sperimentazione con Aziende sanitarie e Regioni fino al 2007, quando viene siglato un programma nazionale di collaborazione con il Ministero del Welfare.

Nel corso degli anni sono state coinvolte nell'Audit civico 174 aziende sanitarie.

 

Il percorso di un maggiore coinvolgimento dei cittadini nelle politiche sanitarie nazionali e territoriali si misura costantemente con l'evoluzione legislativa, che dalla riforma sanitaria del 1978 ad oggi, nonostante le difficoltà e i nodi irrisolti, ha gradualmente messo al centro i diritti e i bisogni della persona.

 

L'emendamento approvato rappresenta un ulteriore passaggio normativo in linea con la responsabilizzazione di tutte le parti in causa.

 

 

Pasquale la Torre

 

tratto da www.buonenotizie.it (salute e benessere)

 

Un freno al razzismo sul lavoro di Pasquale la Torre

 Siglato importante protocollo d'intesa tra l'Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni del Dipartimento Pari opportunità) e le Parti sociali Cgil, Cisl, Uil, Legacoop, Cna, Confindustria, ecc.

L'obiettivo principale di questo accordo è finalizzato a prevenire i fenomeni discriminatori etnici e razziali nei luoghi di lavoro.

L'incremento degli immigrati, la crisi economica e occupazionale, le tensioni sociali, hanno richiamato le parti in causa ad adottare una strategia di concertazione per ridimensionare un fenomeno che inizia a suscitare preoccupazione. Il primo intervento operativo si concentra su un'ampia campagna di prevenzione e sensibilizzazione, a seguito verranno effettuate consultazioni periodiche e interventi mirati sul territorio e nelle realtà ritenute più a rischio.

Per il Ministro Mara Carfagna si deve lavorare a “una cabina di regia che metta in campo tutti gli strumenti utili”.

 n Italia ci sono quasi quattro milioni di immigrati regolari (6,7% della popolazione), circa 2 milioni lavorano e contribuiscono al 9% del Pil.

In questa difficile fase economica, il Protocollo d'intesa siglato a Roma si può inserire come catalizzatore delle tensioni sociali sui luoghi di lavoro, rappresentare inoltre, un passo importante verso quella direzione tracciata dal dettato costituzionale e dalle Direttive europee sull'Ugualianza razziale (200/43 EC) e sul lavoro (200/78 EC).

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    AA e AL-ANON di Parma e Provincia festeggiano il trentesimo anno di attivit    8 maggio 2010

Intervento di Giuseppe . Fertonani Affini

    Il dr.Fertonani è medico dirigente presso la Unità Operativa di Alcologia della ASL di Parma 

Vi ringrazio dell'invito e della possibilità di poter partecipare con alcune riflessioni in questa vostra festa e mi sento onorato di questa opportunità.

 Questo è un momento che celebra la vostra storia (500 gruppi in Italia, 41 in Emilia-Romagna, 5 gruppi a Parma e Provincia). Avete raggiunto la fase di vita adulta (30 anni). Con la Vostra capacità di sintonizzarvi emotivamente avete dato speranza che non significa solo guardare avanti con ottimismo, ma soprattutto guardare indietro per vedere come è possibile configurare quel passato che ci abita, per giocarlo in possibilità a venire. Avete fatto una operazione di coscientizzazione dell'esperienza vitale dell'alcolista. Questa è una forma di psicoterapia di gruppo avanzata, significa lavorare per favorire l'integrazione e il consolidamento dei processi di integrazione cerebrale.

Quando iniziate il gruppo vi presentate io sono... alcolista. Questo è riportare alla vostra coscienza ciò che siete, questo significa accettarsi. Nietzsche diceva che la felicità non dipende tanto dal piacere, dall'amore, dalle ricchezze possedute ma dalla PIENA ACCETTAZIONE di SE': diventa ciò che sei. Aristotele parlava conoscenza di sé, Pitagora conosci te stesso. La felicità è dentro di noi, nella capacità di trovare la giusta misura nei nostri pensieri ed azioni. La giusta misura produce connessione, equilibrio, sviluppa le capacità riflessive che possono essere concretizzate nella dimensione dell'essere virtuosi. Kierkegard diceva che bisogna fare della virtù lo stato abituale del nostro carattere.

Voi avete sviluppato la capacità di coltivare e fare crescere una forma di felicità come sfondo possibile. L' alcolismo è un cedimento della memoria cioè l'incapacità di rilanciare nel futuro un'esperienza di vita e di felicità. L'alcolismo è la patologia di una coscienza che non è mai sufficientemente sé stessa, mai sufficientemente colma di identità, mai sufficientemente attiva perchè troppo indecisa, fragile, troppo esplosiva. La felicità non dimenticata diventa un modello inconscio che ne motiva la ricerca e che coscientizza. Questo nesso tra memoria della felicità pensata, coscientizzazione e ricerca è l'essenza del desiderio, della spinta volitiva, della rinascita motivazionale.

Il desiderio attiva e produce felicità ma bisogna abbassare le pretese: la felicità non premia la virtù così come il dolore non punisce la colpa. Il tempo ci fa sopravvivere al dolore così come in modo inesorabile consuma la felicità. Quindi bisogna rigenerare e riportare alla memoria modelli mentali di felicità possibile, attuabile.

IL Vostro essere qui, ora nel gruppo costruisce e consolida un modello mentale che vi porta all'accettazione di voi stessi e alla possibilità di rilanciare futuri possibili all'interno di una ricostruzione di una identità coerente ed unitaria perduta.

L 'alcolismo è un problema che ha assunto caratteristiche di diffusione pandemica con imponenti risvolti sociali e sanitari.

Nei giorni scorsi una madre mi ha contattato perchè disperata dall'abuso di alcol del figlio di 13 anni.

Se l' inizo dell'abuso di alcol si concretizza nell'età adulta agisce su stati mentali già consolidati e la sua azione patoplastica è sempre attiva ma comunque ridotta; se l'inizio dell'abuso avviene quando un cervello è in fase di sviluppo questo è un grosso problema. Il cervello dell'adolescente è ancora plastico, le forme di memoria implicita ed esplicita si stanno consolidando e determineranno gli stati mentali abituali. Se questi processi avvengono sotto l'effetto dell'alcol cambia sostanzialmente la possibilità di sviluppare capacità cognitive ampie e stabili, la possibilità di integrazione cerebrale e la formazione di una identità coerente e stabile.

Quali sono gli interventi che dobbiamo mettere in gioco per impedire una coscientizzazione errata sulla sostanza alcol nei giovani e quali strategie per intercettare tutte le forme di alcolismo nella loro fase di nascita e di sviluppo iniziale: la prevenzione primaria nelle scuole, luoghi di aggregazione, pervasiva, intensiva e curriculare; l' interruzione immediata della distorta informazione mass-mediatica che minimizza e anzi incentiva l'uso di alcol asserendo che possiede proprietà antitumorali, cardiotoniche e facilitanti i rapporti interpersonali; creare una connessione fra tutte le agenzie di cura sia pubbliche che privato sociale per poter offrire tempestivamente e globalmente tutte le opportunità di cura al paziente con problemi alcolcorrelati.

Bisogna sincronizzare i bisogni del paziente alcolista con i Servizi Pubblici e il volontariato sociale tenendo presente la centralità del paziente alcolista.

Dobbiamo